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S. Vittore

Le notizie su san Vittore le troviamo ampiamente scritte
nell'Explanatio evangelii secundum Lucam e nell'inno Victor, Nabor, Felix
pii di san Ambrogio. Altra fonte "storica" da cui apprendiamo la
vita e soprattutto il martirio di S. Vittore sono gli Atti, che risalgono
al secolo VIII.
Vittore, Nabore e Felice erano tre soldati provenienti dalla Mauritania e
di stanza a Milano. Costretti, come altri loro compagni nella milizia e
nella fede, a fare una scelta tra l'imperatore e Dio, la loro scelta fu
chiara e decisa. Ma l’obiezione di coscienza procurò a Vittore
l'arresto e la cella di rigore. Dopo avergli fatto passare sei giorni
senza mangiare e senza bere per fiaccarne la resistenza, venne trascinato
nell'ippodromo del circo (presso l'attuale Porta Ticinese): nonostante che
l'interrogatorio venisse condotto dallo stesso Massimiano Erculeo e dal
suo consigliere Anulino, Vittore rimase ben saldo nel suo rifiuto di
sacrificare agli idoli, che mantenne anche dopo una severa flagellazione.
Riportato in carcere, là dove si trova ora Porta Romana, S. Vittore venne
ulteriormente tormentato: tra l'altro gli versarono piombo fuso nelle
piaghe, ma la forte tempra del soldato africano non ne fu ancora fiaccata.
Un giorno, anzi, approfittando di una disattenzione dei suoi carcerieri,
riuscì ad evadere e a rifugiarsi in una stalla situata nei pressi di un
teatro, là dove si trova attualmente Porta Vercellina. Ma ormai il suo
peregrinare era terminato: scoperto, venne trascinato in un vicino bosco
di olmi e decapitato. Il suo corpo rimase insepolto per una settimana, ma
il vescovo S. Materno lo ritrovò ancora intatto e fedelmente vegliato da
due fiere.
Gli venne quindi edificata una tomba sontuosa, accanto alla quale S.
Ambrogio volle far seppellire suo fratello Satiro. S. Vittore è uno dei
santi più cari ai milanesi, che gli hanno edificato e intitolato chiese e
monumenti, il più tristemente celebre dei quali è... il carcere di S.
Vittore. Non per nulla egli è patrono di prigionieri ed esuli.
San Guido

Conte dei Conti di Acquesana, fu vescovo di Acqui dal 1034
al 1070. Morto Dudone il 15 gennaio 1033, la diocesi acquese restò
vacante per un anno e due mesi.
A metà marzo del 1034, il Capitolo lo elesse vescovo all'unanimità.
L'elezione avvenne, plaudente populo. Il Pedroca, vescovo di Acqui dal
1620 al 1631, in "Solatia" riferisce: "Figlio di
nobilissimi e cristianissimi genitori della famiglia dei Conti di
Acquesana che possedevano molti beni e titoli in Melazzo, dove nacque,
pare, nel 1004. Orfano di padre e madre, dopo una diligente e rigorosa
educazione in famiglia, si recò a Bologna per gli studi superiori."
Al ritorno fu ordinato sacerdote. Fu consacrato vescovo dal Metropolita
Eriperto in un momento triste della Chiesa in cui dilagavano ignoranza,
immoralità e simonia.
A fondamento della sua opera pastorale, volle la riforma morale e
spirituale del clero, incominciando dalla riforma liturgica.
Perché i suoi sacerdoti fossero meno assillati dai problemi economici,
nel vasto territorio della diocesi elargì i suoi beni alle pievi
esistenti e ne fondò di nuove. Fu generoso di donazioni con i monaci per
facilitarne l'assistenza spirituale anche nelle campagne.
Fondò in Acqui un centro di spiritualità e formazione per la gioventù
femminile. A sue spese fondò il monastero di S. Maria De Campis dotandole
di beni per la sicurezza economica delle monache.
Volle più grande e maestosa la cattedrale che dedicò alla Madonna
Assunta, consacrandola il 13 novembre 1067.
Alla Mensa vescovile, per una decorosa residenza ai suoi successori,
lasciò gran parte dei beni che possedeva in città, compreso il
"Castelletto".
La tradizione lo vuole impegnato di persona a procurare grano per le
popolazioni colpite da gravi carestie.
Tra gli storici è opinione che Guido fosse di costituzione gracile. Fu
colpito da una malattia, durante la quale fu sostituito dal fratello
Opizzone, vescovo di Lodi.
E' morto il 2 giugno 1070. L'attuale sepolcro è situato nella Cattedrale
di Acqui nella cappella a lui dedicata, a sinistra dell'altare maggiore.
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